Convegno MET 2017: imprese puntano su innovazione ed export

 

Sviluppo impreseMolte imprese italiane hanno reagito alla crisi investendo in R&S e internazionalizzazione. Ora, però, servono politiche adatte a sostenerne la crescita.

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Il tessuto produttivo uscito dalla crisi è più “innovativo” e moderno di quello presente prima del 2018. E' questo lo scenario emerso dai dati raccolti e analizzati dal centro studi MET e discussi lunedì in occasione di un convegno a Roma, alla presenza del ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti.

A discutere del rapporto MET, oltre al ministro, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il presidente ISTAT Giorgio Alleva, l'ad di Invitalia Domenico Arcuri, Antonella Baldino di Cassa Depositi e Prestiti, il presidente della Camera di Commercio di Roma Lorenzo Tagliavanti, Antonia Carparelli della Rappresentanza in Italia della Commissione europea e Duilio Giammaria, autore e conduttore del programma di approfondimento Petrolio su RAI Uno.

L'indagine MET

I dati microeconomici hanno evidenziato la presenza di profondi mutamenti nella struttura industriale, con un aumento sia della percentuale di imprese che svolge attività di Ricerca e Sviluppo, sia della quota di aziende che esporta i propri prodotti/servizi all’estero, rispetto al periodo pre-crisi.

Le evidenze si basano sulle indagini campionarie MET (5 rilevazioni condotte tra il 2008 e il 2015), attraverso le quali sono state intervistate oltre 120 mila imprese – di tutte le classi dimensionali, microimprese incluse – dell’industria e dei servizi alla produzione.

Segnali di cambiamento

A partire dal 2010/2011 i segnali di cambiamento, almeno con riferimento alla competitività internazionale dell’industria italiana, si sono fatti sempre più evidenti.

Tra il 2010 e il 2016 l’andamento delle esportazioni italiane è stato positivo, non distante da quello registrato dalla Germania e migliore di quello di altri importanti partner europei (Francia, Regno Unito, Olanda, per citare i principali). In corrispondenza della seconda ondata della crisi, caratterizzata dal calo del mercato interno, sono cambiati l’attitudine e l’orientamento di un segmento consistente di imprese, mostrando una maggiore consapevolezza del ruolo chiave giocato da innovazione, ricerca e internazionalizzazione.

Imprese “proattive” e “in movimento”

Dal 2010/2011 è in progressiva crescita la quota di imprese “proattive”, vale a dire di quelle aziende che hanno reagito alla crisi adottando strategie dirette a incrementare la propria competitività, attraverso un maggior impegno innovativo e una maggiore proiezione internazionale.

Al di là dei soggetti “statici” (le imprese prive di strategie e investimenti per la crescita) e delle “eccellenze” nazionali (le aziende innovative e che sono già da tempo competitive sui mercati internazionali) assumono un ruolo centrale per le prospettive di crescita del nostro sistema produttivo le imprese “in movimento” o “intermedie”.

Si tratta, in sostanza, di aziende che provano a realizzare percorsi di crescita anche in modo parziale e incompleto, per esempio avviando una presenza sui mercati internazionali senza aver realizzato un compiuto percorso di modernizzazione, o proponendo l’introduzione di innovazioni o di ricerca senza aver ancora raggiunto un riposizionamento complessivo sui mercati di destinazione. Alcuni di questi soggetti riescono in una fase successiva a completare il percorso e a raggiungere livelli adeguati di competitività, altri regrediscono per molti motivi connessi alle loro fragilità e ai vincoli che incontrano.

Sono la maggioranza e hanno effetti potenziali elevati

Non si tratta soltanto di una quota maggioritaria del sistema industriale nazionale, per numerosità, in termini sia di imprese sia di occupati, ma anche di una tipologia di imprese per la quale è ragionevole attendersi forti potenzialità di miglioramento in termini di produttività, competitività e crescita, come si evince da numerosi altri lavori.

La dinamicità di queste imprese – sia verso l’alto, sia verso il basso – determina le tendenze generali dell’industria nazionale, in una sorta di imprese sentinella. Per queste imprese “in movimento” la dimensione è soltanto uno degli elementi determinanti, anche se la maggiore concentrazione si colloca tra quelle sopra i 10 addetti. Ciò che conta, più della dimensione, sono le strategie e i comportamenti adottati e i vincoli e le criticità che ne limitano lo sviluppo e il successo.

Le policy in uno scenario di cambiamenti

In questo quadro, intervenire con politiche di rafforzamento delle strategie di queste imprese “in movimento”, dinamiche ma fragili, può portare a un apprezzabile vantaggio per l’intero sistema economico.

Tutte le fasce dimensionali, in particolare quelle che vanno dalle dimensioni piccole fino alle dimensioni medio-grandi, hanno compreso – in quote variabili, ma importanti – che la ricerca, l’innovazione e la penetrazione in nuovi mercati rappresentano la via principale per la crescita. Hanno cercato di realizzare queste strategie innovative come meglio potevano, con le risorse che avevano, scontando una difficoltà particolare legata anche a un livello della domanda interna molto modesto e sapendo che questa non avrebbe avuto tassi di crescita rilevanti per un lungo periodo di tempo.

La fragilità che ha reso complicati i loro percorsi deve essere contrastata dalle decisioni di policy.

Raccomandazioni di policy

Da qui alcune raccomandazioni per sostenere i percorsi di crescita delle imprese:

  • Sostegno alla ricerca e all'innovazione delle imprese, adottando politiche e strumenti che tengano conto delle esigenze e dei vincoli delle imprese, partendo, quindi, dalla loro “domanda” di intervento (i problemi appunto),
  • Misure politiche mirate a integrare le strategie dinamiche e la loro stabilizzazione per quelle imprese che intraprendono un percorso di modernizzazione, senza riuscire a completarlo per mancanza di risorse umane o finanziarie, per difficoltà di accesso alle informazioni, per vincoli di natura diversa,
  • Misure politiche appropriate e specifiche, volte a eliminare o ridurre la discontinuità nelle attività strategiche (per esempio con riferimento alla presenza intermittente sui mercati esteri o con attività innovatrici e di R&S discontinue); in particolare per le piccole imprese, tali misure possono rappresentare un reale obiettivo della politica per la competitività che risente direttamente dalle fragilità, in particolare, finanziarie,
  • Accesso al credito (così come altri strumenti finanziari e servizi) mirato a un orientamento specifico all'innovazione e alla R&S: occorrerebbe disegnare misure di intervento che tengano in considerazione, oltre alle caratteristiche delle imprese di destinazione, anche quelle delle istituzioni finanziarie; gli attuali meccanismi di funzionamento, infatti, escludono dagli interventi per il capitale di rischio una gran parte delle imprese potenzialmente interessate e tecniche di intervento appropriate potrebbero allentare i vincoli finanziari che costituiscono ancora una formidabile limitazione alla crescita delle imprese più dinamiche e al miglioramento delle loro strategie di sviluppo; paradossalmente questi vincoli sono più forti per le aziende orientate all'innovazione e alla ricerca e sviluppo rispetto a quelle statiche, a causa del significativo rischio di mercato e tecnologico delle prime e di un fabbisogno di finanza più elevato,
  • Il capitale umano, come vincolo e come driver della competitività, costituisce un nodo essenziale delle politiche pubbliche. È del tutto evidente che azioni basate sulla conoscenza come quelle focalizzate sulla R&S e sui processi innovativi non possono ignorare la crescita delle competenze e dovrebbero facilitare gli sforzi delle imprese per migliorare le risorse umane o per acquisirne dall’esterno così da poter condurre il proprio processo di modernizzazione.  
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